Un soldato ucraino è disteso al centro del campo di battaglia, è ferito, fatica ad alzarsi sulle sue gambe. Al suo fianco un rimorchio senza pilota lo sta aspettando, è la barella che deve portarlo via da lì. Il soldato si allunga a fatica, si aggrappa ai bordi del carretto, si tira su con tutte le forze a disposizione. Lascia lì, forse parte dell’equipaggiamento che lo appesantisce. Finalmente può stendersi e fa un cenno a un drone amico che lo guarda dall’alto. Il rimorchio gira e lo porta al sicuro.
Negli ultimi giorni, sui campi di battaglia del fronte ucraino, nuovi droni hanno aiutato l’esercito di Kyjiv a tirare fuori dalle zone di combattimento più pericolose i soldati feriti. Il drone di terra Ardal Ugv (Unmanned ground vehicle) ha completato con successo quattro evacuazioni in quattro giorni la settimana scorsa, dimostrando efficienza e affidabilità in situazioni ad alto rischio. La capacità dell’Ugv di muoversi su terreni difficili lungo la linea del fronte riduce il pericolo per le operazioni di soccorso altrimenti svolte dall’uomo. Qui in basso si può vedere il video dell’Unità K-2 postato su X dal ministro della Trasformazione Digitale dell’Ucraina, Mykahilo Fedorov.
Il drone di terra Ardal è progettato proprio per dare assistenza nell’evacuazione di soldati dal campo di battaglia e può essere utile anche sul piano puramente logistico. Il robot può trasportare un combattente ferito attraverso aree accidentate o minate, controllato a distanza da operatori che nel frattempo monitorano l’ambiente circostante attraverso sensori e telecamere di bordo. È dotato di un modulo di navigazione autonomo, cingoli adatti a tutti i terreni e una capacità di carico sufficiente a trasportare fino a centocinquanta chilogrammi. L’equazione è semplice: non avendo un pilota umano si riducono praticamente a zero i pericoli delle operazioni di soccorso dei soldati feriti in prima linea.
Ardal non è l’unica novità sul campo presentata dall’Ucraina nelle ultime settimane. Il Ministero della Difesa ucraino martedì ha ufficialmente codificato e approvato il modulo di combattimento radiocomandato Shablia MK19(M) per l’impiego operativo nelle Forze Armate ucraine. Si tratta di un lanciagranate automatico da quaranta millimetri. «La sua funzione principale», scrive Sofiia Syngaivska su Defense Express, «è quella di ingaggiare personale nemico e bersagli corazzati leggeri a breve e lunga distanza, offrendo alle unità sul campo di battaglia maggiore flessibilità e letalità». La flessibilità è proprio uno dei concetti chiave su cui lavora l’Ucraina in fatto di innovazione militare: avere sistemi modulari e adattabili permette di montarli sia su veicoli terrestri senza pilota sia su piattaforme di trasporto militare tradizionali, trasformando veicoli standard o droni civili in una bocca da fuoco mobile.
Rispetto ad altri sistema d’arma progettati per fornire fuoco prolungato, Shablia MK19(M) è decisamente più versatile, si adatta a diversi ambienti operativi e in più è particolarmente efficiente in quanto controllato da un singolo operatore. La stessa possibilità di controllo remoto è una maggior garanzia di sicurezza per gli operatori, che possono rimanere a distanza dal campo di battaglia, riducendo i rischi mantenendo l’efficacia in combattimento.
La guerra della Russia all’Ucraina (e all’Europa), l’abbiamo scritto più volte, non fatta solo alla maniera convenzionale, con armi, missili, soldati in prima linea e granate. È una guerra ibrida che ha molte facce, in cui i droni hanno un ruolo da protagonista. È per questo che l’Ucraina ha introdotto recentemente un nuovo sistema di guerra elettronica progettato per contrastare i droni Mavic usati dalla Russia. L’unità Algiz AM è in uso da qualche giorno e serve a contrastare quei droni comuni che le truppe di Vladimir Putin riadattano e usano per ricognizioni e offensive. Algiz AM viene descritto come un sistema progettato «per interferire con le operazioni dei droni con un controllo a distanza, consentendo agli operatori di rimanere in posizioni coperte durante l’utilizzo, il che è particolarmente importante nelle aree di combattimento esposte».
Una delle caratteristiche tecniche più interessanti di questo sistema difensivo è la sua antenna, che consente una copertura a trecentosessanta gradi, permettendo al dispositivo di individuare ai droni in avvicinamento da ogni direzione senza l’intervento di un operatore umano che lo riposizioni per orientarlo diversamente.
Ardal, Shablia MK19(M) e Algiz AM sono innovazioni recenti e già indispensabili per l’Ucraina, che ha bisogno di ogni strumento possibile per resistere agli attacchi russi, soprattutto alla luce dei tentennamenti degli alleati (Stati Uniti su tutti). Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile, per l’esercito ucraino, se ad aprile 2023 il governo non avesse dato l’ok alla nascita di Brave1, un progetto atipico ma innovativo, una piattaforma di ricerca e sviluppo militare che vede la collaborazione di tutti gli stakeholder dell’industria tecnologica di difesa del Paese e che in questi due anni ha sostenuto la rapida crescita del numero di aziende ucraine del settore della difesa: prima erano poche decine, oggi sono più di millecinquecento e il numero è destinato a crescere ancora. Molte di queste aziende sono necessariamente piccole o medie, altamente specializzate, ognuna indispensabile a modo suo nella filiera.
Ad esempio, Brave1 non si è limitata a seguire e sostenere lo sviluppo tecnico del sistema Algiz AM, ma ha anche assistito il team nella fase di codifica, facilitando l’adozione formale del sistema e la distribuzione tra le unità di difesa ucraine. La funzione di coordinamento contribuisce a ridurre i tempi tra lo sviluppo e l’adozione sul campo. Secondo gli sviluppatori, sono già previsti per le prossime settimane nuovi aggiornamenti basati sul feedback ricevuto dalle forze armate.
L’impegno preso da Kyjiv con Brave1 è notevole. Produrre in casa in un periodo di guerra vuol dire dedicare energie, risorse, tempo. È un investimento e un rischio, in un certo senso. Però, come dimostrano le recenti innovazioni viste sul campo, c’è un enorme vantaggio in termini di capacità di adattamento, di capacità di realizzazione di ciò che davvero richiede il conflitto: un elemento indispensabile per le Forze Armate ucraine.
Non è un caso che ci sia già un nuovo drone in rampa di lancio per l’immediato futuro. È il Kizilelma, un sistema radar a scansione elettrica avanzato (Active electronically scanned array, Aesa), che consentirà di contrastare al meglio i droni Shahed di fabbricazione iraniana che tutti i giorni la Russia manda a colpire obiettivi – anche civili – in territorio ucraino. Al momento Ucraina, Israele, Stati Uniti e Regno Unito si affidano attualmente a caccia con equipaggio per intercettare droni come lo Shahed, esponendo i piloti al rischio di fuoco amico o detriti. Le intercettazioni con equipaggio mettono inoltre a dura prova le risorse dell’aeronautica militare, poiché ogni risposta richiede piloti addestrati e costantemente in allerta. Un drone da combattimento come il Kizilelma contribuisce a ridurre al minimo questi rischi. Con un’autonomia di cinque o sei ore, può rimanere in volo abbastanza a lungo da rispondere a molteplici minacce e fungere da valido strumento di difesa aerea.